Tolkien e la malinconia de “Il ritorno del Re”

Ho sempre voluto creare un blog che trattasse argomenti storico-religiosi e, grazie ad un amico, ho trovato finalmente la giusta ispirazione per iniziarne uno. È da tanto che mi piacerebbe scrivere di Tolkien dal punto di vista della storia delle religioni e forse era destino che partissi proprio da lui.

Come è intuibile dal titolo, però, non vorrei fare un parallelo puntuale tra Tolkien e le sue possibili fonti. All’argomento, che è molto lungo, vorrei infatti dedicare una trattazione a sé stante, magari un unico articolo o una serie di post. Parlerò brevemente dell’opera di Tolkien per far comprendere quale sia il mio punto di vista su di essa e quindi passerò all’argomento principale.

Tolkien e la Terra di Mezzo

L’opera di J. R. R. Tolkien ha probabilmente attratto molte persone coi miei stessi interessi o, viceversa, li ha fatti nascere in chiunque l’abbia letta. Tolkien (1892-1973) era di confessione cattolica ed era docente di lingua e letteratura inglese (per la precisione al Merton College di Oxford), e se avete letto i suoi romanzi, in particolare “Il Silmarillion”, “Lo Hobbit” e la saga de “Il Signore degli Anelli”, vi sarete probabilmente accorti di quanto entrambe le cose abbiano influito sulle sue creazioni.

“Il Silmarillion” è a tutti gli effetti un poema cosmogonico e teogonico, vi sono infatti narrate anzitutto l’origine del Mondo e quella degli dèi, creati dal pensiero di Eru Ilúvatar. La guerra cosmica tra gli stessi dèi, gli Ainur, in cui le forze del Bene combattono contro colui che era stato il più potente di loro, Melkor, il quale invidiando il potere di Ilúvatar era divenuto malvagio. L’incidente mitico, ovvero quell’evento che condusse alla caduta dal paradiso edenico di Valinor, e le storie delle razze della Terra di Mezzo dopo di esso.

Questo schema più che riassuntivo può ricordare a chiunque lo legga quello della Genesi, e l’influenza del testo biblico è evidente anche nello stile della prosa del “Silmarillion”. Se non siete digiuni di mitologia saprete, però, che la progressione è simile in moltissime mitologie ‘superiori’, ovvero le mitologie di quelle società dotate di pantheon complessi, con numerose divinità con ruoli, e spesso storie, ben definiti. Un testo che potrebbe essere conosciuto da più lettori è certamente la “Teogonia” di Esiodo.

Ancora più numerosi sono gli elementi che rimandano direttamente alla mitologia norrena, dal nome stesso della Terra di Mezzo, alle divinità coi loro attributi, nonché la presenza di razze sovrumane come quelle degli elfi e dei nani, diffuse in tutte le tradizioni di ascendenza germanica e celtica. Una trattazione completa dei miti dei popoli scandinavi si può trovare nel testo classico per noi nerd del fantasy, “I miti nordici” di G. Chiesa Isnardi, ma rimando anche all’ottimo sito Bifrost in cui è possibile leggere i testi originali, in particolare la “Vǫluspá” nell’“Edda poetica” e la “Gylfaginning” nell’“Edda in prosa” di Snorri Sturluson.

“Il Silmarillion”, dal punto di vista storico-religioso, narra un mito fondativo. Contrariamente a ciò che insegnano altri indirizzi di studi, i miti della creazione e dell’incidente mitico, ovvero di quell’evento che porta alla caduta dell’uomo nel tempo storico, caratterizzato dalle sofferenze e dalla morte, non servono a ‘spiegare’ l’origine delle cose. Molti ritengono che un mito in cui è narrata, ad esempio, la creazione degli astri, serva a ‘spiegare’ da dove vengono il sole, la luna e le stelle, e perché sono stati creati, ma non è esattamente così.

I miti fondativi non rispondono alle domande “perché esiste il male” o “perché esiste la morte”, piuttosto potremmo dire che rispondono alle domande “perché non possono non esistere” e “perché una certa cosa è così e non in un altro modo”. I miti mostrano all’uomo che le cose non potevano andare diversamente e che il nostro mondo, il prodotto di quelle vicende avvenute in un tempo Altro, non potrebbe essere diverso da com’è, per cui la malattia e la morte vanno accettate come parte integrante dell’esistenza. Per un’idea del metodo storico-religioso di analisi del mito rimando, su tutti, all’“Introduzione alla storia delle religioni” di A. Brelich.

Le influenze del mondo norreno sono ancora più preponderanti ne “Lo Hobbit” e ne “Il Signore degli Anelli”, la trilogia che racconta le vicende della Compagnia dei nove che salvarono la Terra di Mezzo dal malvagio Sauron. Entrambi ricordano una materia a volte estremamente simile ai canti epici dell’“Edda poetica”, ossia quelli che trattano di eroi e non di divinità, allo “Skáldskaparmál” dell’“Edda in prosa”, alla “Canzone dei Nibelunghi” e ad altri poemi di origine scandinava. Più familiari per chi non conosce la mitologia norrena sono certamente poemi come l’“Iliade” e l’“Odissea”.

“Il Signore degli Anelli”, in particolare, è a tutti gli effetti un poema epico. Non si parla già più di un tempo edenico, di cui infatti si perde traccia prima della fine de “Il Silmarillion”, bensì di un tempo eroico, in cui non esisteva ancora la morte, o quantomeno non esiste come la conosciamo noi, perché non toccava tutti gli esseri viventi e la si poteva ingannare. Alcuni uomini vivevano più a lungo, erano più forti, più agili, dotati di immenso coraggio, senso del sacrificio ed altri valori che in una forma così pura il nostro mondo non possiede.

La malinconia

Veniamo ora all’argomento a cui si riferisce il titolo, la malinconia che si prova leggendo l’ultimo libro della trilogia di Tolkien, o anche solo guardandone la trasposizione cinematografica: “Il ritorno del Re”, ovvero Aragorn. Si potrebbe dire che è ciò che capita alla fine di ogni storia, di ogni bella storia, ma credo che lo struggimento che questo capitolo suscita in alcuni di noi, forse in molti, sia ben diverso dalla norma. Per quanto concerne il film, rimando alla visione del video che ha dato origine alla discussione da cui è nato questo post.

Nell’ultimo capitolo della saga troviamo la Compagnia davanti a quella che appare come un’inevitabile rovina. Nonostante le vittorie degli eserciti umani, le forze del Male sono in evidente vantaggio, sia in numero che in potenza, e Frodo sembra irrimediabilmente sedotto dall’Unico Anello. Improvvisamente le cose volgono in positivo, paradossalmente per l’intervento di Gollum, una creatura caotica più che malvagia, vittima anch’essa dei nefasti influssi dell’Anello, che finisce non volendo per causarne la distruzione.

Il paradosso di Gollum è lo stesso della Compagnia, questa infatti, per salvare il mondo dalla distruzione, ne decreta allo stesso tempo la fine. Nella nostra storia, quella che tutti conosciamo, un paradosso simile è rappresentato dalla congiura delle Idi di marzo. Questa venne ordita con l’intento di salvare la Repubblica, ma gli eventi che scaturirono dal Cesaricidio la condussero invece alla morte, poiché decretarono l’ascesa di Ottaviano, la nascita dell’Impero e quindi la fine della Repubblica.

Con la sconfitta di Sauron finisce la Terza Era, e con essa finiscono anche la Compagnia e, in qualche modo, i nostri eroi. Come gli eroi di ogni tempo mitico, essi devono scomparire per lasciare il posto agli uomini del tempo storico: noi. Il destino degli eroi è infatti quello di divenire dèi, cristallizzandosi in un’eterna immutabilità, quello di lasciare questo mondo per tornare al paradiso edenico o, semplicemente, quello di morire.

La malinconia e lo struggimento che si provano durante tutto “Il ritorno del Re” derivano dalla consapevolezza che comunque vada il Mondo, quel Mondo della Terza Era nella Terra di Mezzo, finirà per sempre. Non finirà solo per noi che leggiamo o che guardiamo il film, finirà per davvero. Gli Elfi torneranno a Valinor e con loro andranno Gandalf e Frodo, gli altri hobbit torneranno alla loro vita nella Contea e Aragorn rimarrà per sempre a Gondor, perché senza Melkor, Sauron e il Male, la Compagnia non ha motivo di esistere e gli eroi non hanno più imprese da compiere. Non siamo solo noi a salutare i nostri eroi per sempre, anche loro non si rivedranno mai più e un giorno molto vicino scompariranno insieme al loro mondo, di cui viviamo gli ultimi battiti.

Finita l’ultima pagina del libro quello che rimane non è il ‘e vissero felici e contenti’, ma un sentimento che ben leggiamo sul volto di Sean Astin, il Sam di Peter Jackson, quando in alcune delle ultime scene del film lo vediamo tornare alla sua vita di sempre, un sentimento che è un misto tra il sospiro di sollievo e il rallegrarsi per il lieto fine, e l’amarezza per aver perduto ciò che non sarà più.

Ciò che ci rimane è la nostra era, fatta di mortalità, sofferenza e pallidi valori, ma noi sappiamo cosa è stato, cosa noi siamo stati, e ci sentiamo allontanati per sempre da casa, spersi ma con la speranza che quel Tempo ritorni, che dal cuore della montagna, dal Giardino delle Esperidi o da quello dell’Eden, da oltre le nebbie di Avalon o dal mare che ci separa da Valinor, finalmente ritorni il Re, Aragorn, Baldr, David, Artù, Cristo e tutti i nomi che gli uomini gli hanno dato nel corso delle Ere, e che quello sia di nuovo il Mondo.

Elessar

«Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza,
Le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla;
Nuova sarà la lama ora rotta,
E re quei ch’è senza corona.»

J. R. R. Tolkien, “La Compagnia dell’Anello”

© Silvia Elena Rossi

Grazie a Riccardo Poleggi per aver ispirato questo post.

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